IL LINGUAGGIO DELLA REALTA’. L’ARTE E LA DENUNCIA SOCIALE

Se già negli anni Sessanta Signorini tocca il tema del lavoro degli umili in un capolavoro come L’alzaia, è soltanto intorno al 1880 che le tematiche di denuncia sociale si diffondono, come in letteratura, anche in campo artistico. Tra i più impegnati nel denunciare le terribili condizioni di vita dei contadini, restituite con impietoso realismo, è l’abruzzese Teofilo Patini. Mentre Pellizza da Volpedo e Segantini, grazie ad una tecnica divisionista condotta a esiti straordinari, avvolgono la pratica antica del lavoro dei campi di silente malinconia e di suggestioni simboliste.
Se Alessandro Milesi, Egisto Ferroni, Antonio Mancini, Leonardo Bistolfi guardano ai temi popolari in termini più consueti, seppur di alta qualità, di accattivante realismo, sono invece i lombardi convertiti al divisionismo ad affrontare criticamente le tematiche nuove che emergono dalla città del lavoro e dell’industria, come nel caso della Diana del lavoro di Nomellini. Agli anziani privi di sussistenza del Pio Albergo Trivulzio di Milano Angelo Morbelli dedica una commovente serie di dipinti culminata nelle tele del Poema della vecchiaia presentate alla Biennale di Venezia del 1903, alle quali appartiene anche la Sedia vuota qui esposta.
Ma altri mali avanzano. La grande depressione economica del 1887-1890 rende ancor più drammatiche le piaghe della fame e della povertà, favorendo da un lato quel fenomeno migratorio di cui resta un incredibile documento nei monumentali Emigranti di Angiolo Tommasi e dall’altro lo sfruttamento del lavoro minorile che il siciliano Onofrio Tommaselli affronta con sentita partecipazione ne I carusi.

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